Violenza psicologica

riconoscere il controllo e la manipolazione

La violenza non lascia sempre segni visibili.


Esistono comportamenti, parole e atteggiamenti che possono ferire profondamente una persona, limitarne la libertà e farle perdere progressivamente fiducia in sé stessa. Quando questi comportamenti vengono utilizzati per controllare, intimidire, svalutare o rendere una donna dipendente, si parla di violenza psicologica.


Può svilupparsi lentamente e diventare parte della quotidianità, tanto da essere confusa con la gelosia, con un carattere difficile o con i normali problemi di una relazione.


Riconoscerla è il primo passo per comprendere che ciò che si sta vivendo non è normale e non deve essere accettato.

Che cos’è la violenza psicologica

La violenza psicologica comprende comportamenti ripetuti che hanno lo scopo o l’effetto di compromettere la dignità, la sicurezza e l’autonomia di una persona.

Può manifestarsi attraverso insulti, minacce, umiliazioni, ricatti, controllo, isolamento e continue svalutazioni.

Chi esercita questa forma di violenza cerca spesso di indebolire la donna, facendola sentire incapace, inadeguata o responsabile di tutto ciò che accade nella relazione.

Con il tempo, la donna può iniziare a dubitare delle proprie capacità, delle proprie percezioni e persino del proprio diritto a scegliere liberamente.


Il controllo non è una dimostrazione d’amore

Voler sapere continuamente dove si trova la propria compagna, con chi parla, come si veste o cosa pubblica sui social non è necessariamente una forma di attenzione.

Quando questi comportamenti diventano insistenti e limitano la libertà della donna, rappresentano una forma di controllo.

Il controllo può riguardare:

  • il telefono, i messaggi e i profili social;
  • gli spostamenti e gli orari;
  • l’abbigliamento e l’aspetto fisico;
  • le amicizie e i rapporti familiari;
  • il lavoro e le attività personali;
  • il denaro e le spese;
  • le decisioni quotidiane.

Frasi come “lo faccio perché ti amo” o “sono geloso perché tengo a te” possono essere utilizzate per giustificare comportamenti possessivi e invasivi.

L’amore non limita la libertà e non richiede il controllo costante dell’altra persona.


L’isolamento dalla famiglia e dagli amici

Uno dei comportamenti più frequenti nella violenza psicologica è il progressivo isolamento della donna.

Il partner può criticare continuamente le sue amicizie, creare conflitti con la famiglia, ostacolare le occasioni di incontro o accusarla di trascurare la relazione ogni volta che cerca di trascorrere del tempo con altre persone.

In alcuni casi può impedirle di lavorare, studiare, frequentare luoghi o coltivare interessi personali.

Questo processo può avvenire gradualmente. La donna può iniziare a rinunciare alle proprie relazioni per evitare discussioni, scenate di gelosia o conseguenze peggiori.

Con il passare del tempo, l’assenza di una rete di sostegno può aumentare la dipendenza dal partner e rendere più difficile chiedere aiuto.


Svalutazioni, insulti e umiliazioni

La violenza psicologica può essere esercitata attraverso critiche continue e parole dirette a colpire l’autostima della donna.

Può essere denigrato il suo aspetto fisico, il modo di vestirsi, il lavoro, il ruolo di madre, le capacità personali o intellettuali.

Alcune espressioni ricorrenti possono essere:

  • “Non sei capace di fare nulla”;
  • “Senza di me non riusciresti a vivere”;
  • “Nessuno ti vorrebbe”;
  • “Sei una cattiva madre”;
  • “Sei troppo sensibile”;
  • “È tutto nella tua testa”;
  • “La colpa è sempre tua”.

Gli insulti possono avvenire in privato oppure davanti ad amici, familiari o figli, con l’obiettivo di ridicolizzare e mortificare la donna.

Quando questi comportamenti si ripetono, possono indebolire profondamente la percezione che la persona ha di sé stessa e del proprio valore.


Manipolazione e ribaltamento della responsabilità

Chi esercita violenza psicologica tende spesso a negare o ridimensionare i propri comportamenti.

Può sostenere che la donna abbia frainteso, esagerato o provocato la sua reazione. Può modificare il racconto degli avvenimenti fino a farle dubitare dei propri ricordi e delle proprie percezioni.

Dopo un insulto o una minaccia potrebbe affermare che si trattava soltanto di uno scherzo, accusandola di essere troppo sensibile.

In altri casi può attribuirle la responsabilità delle proprie azioni con frasi come: “Se non ti fossi comportata così, non avrei reagito in questo modo”.

Nessuna parola, decisione o comportamento della donna giustifica la violenza. La responsabilità appartiene sempre a chi sceglie di esercitarla.


Minacce e intimidazioni

La violenza psicologica non si esprime soltanto attraverso le parole.

Sbattere porte, colpire muri, rompere oggetti, guidare in modo pericoloso, distruggere effetti personali o maltrattare animali sono azioni utilizzate per spaventare e dimostrare la capacità di fare del male.

Anche le minacce possono assumere forme diverse. Possono riguardare la donna, i figli, i familiari, gli animali domestici, il lavoro o la diffusione di informazioni e immagini private.

Particolarmente grave è il ricatto basato sulla minaccia di farsi del male o di togliersi la vita qualora la donna decida di allontanarsi. Questo comportamento può farla sentire responsabile delle azioni del partner e impedirle di compiere scelte libere.


Alternanza tra aggressività e pentimento

La violenza psicologica non è necessariamente continua.

A momenti di tensione, umiliazione o minaccia possono seguire scuse, promesse di cambiamento, regali e manifestazioni di affetto.

Il partner può assicurare che non accadrà più, dichiarare di aver perso il controllo oppure attribuire il comportamento allo stress, alla gelosia o a un momento difficile.

Queste fasi possono generare confusione e alimentare la speranza che la relazione possa cambiare.

Quando, però, gli episodi si ripetono e diventano parte di uno schema ricorrente, è importante non sottovalutarli.


Violenza psicologica o conflitto di coppia?

In una relazione possono verificarsi discussioni e momenti di conflitto. Ciò che distingue un normale conflitto dalla violenza è soprattutto l’equilibrio tra le persone coinvolte.

Nel conflitto entrambe le persone possono esprimere la propria opinione, dissentire e prendere decisioni senza temere ritorsioni.

Nella violenza, invece, una persona utilizza paura, controllo, umiliazione o ricatto per imporre la propria volontà sull’altra.

La donna può iniziare a modificare il proprio comportamento per evitare reazioni, nascondere ciò che pensa, rinunciare alle proprie esigenze o sentirsi costantemente in allerta.

Una relazione nella quale si ha paura di parlare, scegliere o dire di no non è una relazione equilibrata.


Le conseguenze della violenza psicologica

Anche se non lascia lividi o ferite visibili, la violenza psicologica può avere conseguenze profonde.

Chi la subisce può sperimentare:

  • perdita di autostima;
  • ansia e paura costante;
  • senso di colpa e vergogna;
  • difficoltà nel prendere decisioni;
  • isolamento;
  • disturbi del sonno;
  • difficoltà di concentrazione;
  • tristezza e perdita di interesse;
  • sensazione di non valere nulla;
  • dipendenza emotiva ed economica;
  • paura di non riuscire a vivere senza il partner.

La difficoltà nel riconoscere la violenza e l’assenza di segni fisici possono portare la donna a minimizzare ciò che sta accadendo o a pensare che nessuno le crederà.

Quello che provi è importante e merita di essere ascoltato.


Alcune domande da porsi

Potresti trovarti in una situazione di violenza psicologica se il partner:

  • controlla il tuo telefono o i tuoi spostamenti;
  • decide chi puoi frequentare;
  • ti impedisce di lavorare o studiare;
  • critica continuamente il tuo aspetto o le tue capacità;
  • ti umilia davanti ad altre persone;
  • ti accusa di essere responsabile delle sue reazioni;
  • ti fa dubitare di ciò che hai visto, sentito o ricordato;
  • minaccia te, i tuoi figli o le persone a cui vuoi bene;
  • rompe oggetti o colpisce muri per spaventarti;
  • alterna aggressività, scuse e promesse di cambiamento;
  • ti fa sentire in colpa quando cerchi di allontanarti;
  • ti fa paura quando esprimi un’opinione diversa o dici di no.

Anche la presenza di alcuni di questi segnali merita attenzione.

Non è necessario aspettare che la situazione peggiori o che si verifichi un’aggressione fisica per chiedere sostegno.


Chiedere aiuto è possibile

Uscire da una situazione di violenza psicologica può essere difficile, soprattutto quando la donna è stata progressivamente isolata e privata della fiducia nelle proprie capacità.

Parlarne con professioniste specializzate permette di rileggere ciò che sta accadendo, riconoscere i comportamenti violenti e valutare le possibilità disponibili.

Il Centro Antiviolenza Fammi Rinascere offre ascolto, accoglienza, sostegno psicologico, assistenza sociale e consulenza legale, nel rispetto della riservatezza e delle decisioni della donna.

Ogni percorso viene costruito insieme, senza giudizi e nel rispetto dei suoi tempi.

Chiama gratuitamente il Centro Antiviolenza Fammi Rinascere al numero 800.76.80.74.

In caso di pericolo immediato, contatta il 112.

Puoi inoltre rivolgerti al numero nazionale antiviolenza e stalking 1522, gratuito e attivo 24 ore su 24, tutti i giorni dell’anno.